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Girotondo

  • Girotondo

     

     

    Girotondo

    Girotondo è una serie di fotografie a colori in medio formato realizzate nel 2006 da Eva Tomei. La serie è caratterizzata da uno sguardo candido e quasi infantile, concentrato su un mondo di giochi fatto di promesse, di sogni, di piaceri semplici. Un eden dal quale fuggiamo credendo che l’età adulta ci prometta gioie più vere, più durevoli, più pure. Le atmosfere, le luci e i colori sono infatti scelti per evocare precisamente questo senso di appassimento, svanimento, tramonto dei sogni. Una serie sottile e discreta eppure delicatamente malinconica. È da notare infatti quanto questo lavoro sembri una cosa ed in realtà sia anche tutt’altro. È infatti fortissima la relazione tra l’apparente quotidianità del soggetto e l’apparente quotidianità della fotografia. Alla luce di uno sguardo superficiale Girotondo non sarebbe altro che il documentario di una ben precisa categoria di intrattenimento visto in un particolare momento della giornata. Ma, si sa, lo sguardo superficiale non è quello che ci guadagnerà mai un momento di vero piacere. Proviamo allora a dividere in parti – senza romperla o sminuzzarla inutilmente – questa serie fotografica.L’inquadratura ci offre spesso un sotto-in-sù che appartiene allo sguardo bambino, a quello sguardo da cui dipende anche la scelta della gran parte dei soggetti. Uno sguardo mesmerizzato dai colori, dal movimento, dai suoni, dalla promessa di un’avventura di musica e luci e sensazioni e proiezioni fantastiche. Uno sguardo che, una volta avvistata l’ambasciata del Paese dei Balocchi, diviene quasi incapace di percepire altro, di guardare altrove, di vedere altrimenti. All’inquadratura spetta di portarci sulle tracce del soggetto, darci un’idea di “qual è l’argomento”; ad essa il compito di farcelo vedere dal punto di vista dei bambini. Alla sapienza dell’occhio del fotografo va il compito – e ad Eva Tomei il merito – di scegliere, all’interno del campo visivo del medio formato, già regolare e quadrato di per sé, un’impaginazione non banale, di sfruttare le ottiche corte per mettere un’asse verticale appena fuori centro, curvare una retta troppo ordinata, gonfiare il soggetto come in effetti esso giganteggia nella mente dei suoi piccoli visitatori. E a margine di tutto questo, come abbiamo già notato, la scelta dell’atmosfera serale, del tramonto: della sua luce livida e però a volte intensamente poetica. Questa scelta è invece propria dello sguardo adulto, di quel vedere/volere fotografico che non pone l’immagine solo ad evocazione del vissuto, ma soprattutto a simbolo del pensiero. Non è incredibile, insomma, quante cose ci possano entrare, dentro a un rullino? E non è incredibile, quanto conti lo sguardo? Quanto le cose non siano fotografia, finché la fotografia non diviene la cosa?

    Augusto Pieroni

     

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